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Cina: La domanda interna debole, le tensioni geopolitiche e una guerra commerciale in corso dovrebbero alimentare un rallentamento economico

Briciole di pane

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A busy street in China
23/10/2025

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Notizie sul Paese

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Punti salienti

  • L’andamento sostenuto delle esportazioni, sebbene in calo, contribuirà a mantenere il tasso di crescita ufficiale del PIL prossimo al 5% quest’anno.
  • Gli elevati dazi commerciali imposti dagli USA, le tensioni geopolitiche, la persistente debolezza della domanda interna e l’economia globale in rallentamento nuoceranno alle prospettive del paese.
  • Sebbene vi sia la possibilità che USA e Cina raggiungano un accordo commerciale, sarebbe volatile e incerto data la loro rivalità strategica.
  • Lo status globale della Cina e le esportazioni e gli investimenti nel Sud Globale trarranno vantaggio da una politica estera statunitense aggressiva e transazionale.
  • Le valutazioni del rischio paese rimangono invariate per il prossimo futuro. 
     

Pro

Stabilità politica e interna
Ampie attività finanziarie pubbliche
Avanzato nell’high tech, leader globale delle filiere produttive clean-tech

Contro

Rivalità conflittuale con gli USA
Pesante debito nazionale
Declino demografico

Capo di Stato e del Partito Comunista

Presidente Xi Jinping

Capo di Governo

PM Li Qiang

Popolazione

1,409 miliardi

PNL pro capita

USD 13.660

Fascia di reddito

Medio alta

Principali prodotti esportati

Prodotti manifatturieri quali telefoni, beni correlati all’ICT, automobili, veicoli elettrici, ecc. (79% delle entrate correnti totali), reddito da investimenti (6,8%), trasporti (2,7%), altri servizi alle imprese (2,6%) e prodotti alimentari (2,1%)

La crescita sostenuta delle esportazioni concede resilienza in un contesto di domanda interna debole e forze deflazionistiche

La persistente debolezza della domanda interna continua ad alimentare il rallentamento strutturale dell’economia cinese, a cui si aggiunge un ulteriore fattore contrario, ossia l’incertezza del contesto economico mondiale, considerando che le esportazioni rappresentano tuttora il principale motore di crescita del PIL della Cina. In linea con l’obiettivo di stato di perseguire l’autosufficienza e la leadership globale nel comparto dell’high-tech, le società cinesi operanti in questi settori hanno prodotto beni in sovrabbondanza (in particolare veicoli elettrici, batterie e tecnologie green), in quantità ben superiore alla domanda interna, esportando l’eccedenza nel resto del mondo (tranne gli USA). Sebbene la sovracapacità produttiva generi benefici alla Cina grazie alla sua forza competitiva e tecnologica, la concorrenza aggressiva sui prezzi ha esacerbato la spirale deflazionistica nel paese, trasformandosi così in una questione politica. Gli altri fattori di crescita del paese sono in crisi dal 2022: il settore immobiliare è ancora depresso (transazioni e prezzi delle case sono ancora in ribasso), la fiducia delle imprese e dei consumatori è bassa (dato che l’immobiliare era la scelta dominante per l’investimento dei risparmi delle famiglie), la disoccupazione giovanile è elevata e danneggia i consumi privati e gli investimenti aziendali, e infine a tutto ciò si aggiungono i prezzi interni.

I prezzi al consumo restano arenati in territorio negativo o stagnante, non sembra esserci una via d’uscita dalla spirale deflazionistica nel breve termine – a meno che Pechino vari un forte stimolo, cosa che appare poco probabile per motivi politici, finanziari e fiscali. Per ora Pechino ha optato per un mix di politiche di sostegno, con una politica monetaria accomodante e alcuni stimoli fiscali, quali i sussidi ai consumi concessi quest’anno sugli articoli di elettronica e gli elettrodomestici e sulle automobili.  Tuttavia, dato il costante deterioramento delle finanze pubbliche - con un ampio disavanzo di bilancio superiore all’8% del PIL atteso nel 2025, che alimenta la tendenziale crescita del debito pubblico ufficiale da meno del 60% del PIL nel periodo pre-Covid a più del 100% previsto nel 2026 – il governo continua a limitare il proprio sostegno per assicurare la sostenibilità fiscale e per mitigare l’espansione del pesante onere del debito pubblico (338% del PIL nel secondo trimestre del 2025). Fra le altre cose, il governo ha deciso di investire maggiormente nei progetti infrastrutturali attraverso l’emissione di obbligazioni a lunghissimo termine, e di varare diverse riforme fiscali, in particolare per diversificare i ricavi delle amministrazioni locali assediate dalle difficoltà. Il governo dovrebbe anche attuare delle misure volte a ridurre le sovracapacità industriali, con il conseguente rischio di perpetuare il declino del settore manifatturiero e di indebolire la crescita del PIL. Per il momento Pechino manterrà concentrata l’attenzione sulle esportazioni e gli investimenti per sostenere la crescita del PIL, che secondo il FMI nel 2025 dovrebbe attestarsi al 4,8% e nel 2026 al 4,2%. La possibilità che la crescita del PIL quest’anno si avvicini al 5%, nonostante la decelerazione delle esportazioni prevista per i prossimi mesi, indurrà le autorità ad applicare stimoli poco più che moderati per promuovere l’attività economica, soprattutto considerando che gli USA e la Cina tra pochi mesi potrebbero stringere un accordo commerciale.

Nonostante la guerra commerciale statunitense e la minaccia di elevatissimi dazi aggiuntivi sulle importazioni cinesi – attualmente rientrati al 30% per la durata di un periodo di transizione che terminerà a novembre – dalla seconda metà del 2024  le esportazioni hanno registrato un andamento molto sostenuto. La corsa per anticipare le esportazioni di beni e il dirottamento delle esportazioni verso mercati non-USA (prima nel Sud Est Asiatico, poi in Europa), hanno sostenuto il forte slancio. Anche il deprezzamento del RMB, sottovalutato rispetto in particolare all’EUR,  la valuta di un partner commerciale primario, e ad altre valute del Sud Est, ha permesso agli esportatori cinesi di godere di un margine competitivo. 

Prospettive meno ottimiste 

La scelta compiuta dal Partito Comunista di non permettere ai consumi interni di guidare il motore economico cinese implica che la nazione continuerà a dipendere da mercati export più volatili in un contesto globale incerto. Le esportazioni di beni cinesi negli USA fra gennaio e agosto sono calate del 15%, e per la Cina non solo sarà difficile trovare alternative per controbilanciare completamente il venir meno del mercato dei consumi americano, che si classifica al primo posto a livello mondiale, ma dovrà anche far fronte a potenziali alti dazi americani su “beni cinesi trasbordati”. Inoltre, si devono fare i conti con un aumento delle restrizioni commerciali da parte di un numero crescente di paesi, quali Tailandia, Indonesia, India, Vietnam e Brasile, che a fronte dell’impatto dell’ondata di merci cinesi, stanno cercando di proteggere le proprie industrie nazionali. Infine, anche il rallentamento dell’economia globale inciderà sulle prospettive delle esportazioni.

Navigare un contesto estero indebolito

La guerra commerciale avviata quest’anno dagli Stati Uniti ha gettato il commercio globale nel caos, con dazi particolarmente alti sulle importazioni cinesi. Sebbene gli elevati dazi aggiuntivi sulla Cina siano stati sospesi per la significativa posizione di forza della Cina, in particolare rispetto ai minerali critici, e per concedere tempo ai negoziati, è probabile che durante il governo Trump persista una relazione commerciale instabile. Tuttavia, nel breve, è ancora possibile che si raggiunga un accordo commerciale grazie agli interessi comuni e alla necessità di stemperare le conseguenze delle restrizioni commerciali su entrambe i fronti, ma un eventuale accordo sarà con ogni probabilità molto volatile dato il loro antagonismo strategico di lunga data in ambito di supremazia economica e tecnologica. La Cina quindi si concentrerà sull’ulteriore rafforzamento e salvaguardia delle proprie catene di approvvigionamento (incluse quelle dei minerali critici) attraverso una maggiore diversificazione dei mercati, e continuerà a premere l’acceleratore sui propri obiettivi di autosufficienza, in particolare nel settore high-tech. Sotto questo aspetto Pechino ha rinnovato la propria fede e il proprio sostegno per il settore privato e intende attirare gli investimenti diretti esteri (IDE) per promuovere lo sviluppo di una economia autosufficiente. Tuttavia, l’aumento delle restrizioni commerciali e dello scrutinio politico delle società estere che operano in Cina in un contesto di crescenti tensioni con gli USA e l’Occidente potrebbe ostacolare la ripresa dei flussi di IDE.

La svolta della Cina verso il Sud Globale genererà maggiori esportazioni e investimenti nell’ambito della sua ambiziosa iniziativa denominata Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative). Ciò è in linea con l’obiettivo cinese di guidare un nuovo ordine mondiale ed è anche il risultato dei dazi americani e del cambiamento radicale della politica estera statunitense. Come si è osservato, la politica estera e commerciale aggressiva e transazionale di Trump e gli ingenti tagli in USAID sono stati velocemente integrati nella politica di soft power di Pechino. La Cina non ha indugiato a corteggiare le vittime della politica commerciale e degli aiuti americani quest’anno (Sud Est Asiatico, Brasile, Africa Subsahariana ecc.), promettendo loro un rapporto più stabile, prevedibile e di mutuo vantaggio che dovrebbe sostenere la rete economica globale cinese e influenzare e rafforzare ulteriormente il suo accesso a lungo termine ai minerali critici. Come alternativa alle politiche più imprevedibili degli USA e ad un clima economico globale turbolento, i mercati azionari cinesi quest’anno hanno registrato un boom. Gli investitori interni ed esteri hanno mostrato un crescente interesse verso la resilienza macroeconomica della Cina – basata sulla sua ampia liquidità esterna, banche statali solide e un avanzo di parte corrente agevole, nonché stabilità e continuità politica – che in combinazione con la sua economia innovativa e l’effervescente attività nel campo della Intelligenza Artificiale (IA) permettono alla Cina di avvicinarsi (e in alcuni casi di equipararsi) ai livelli statunitensi.

Guardando al futuro, non si prevedono variazioni di rating per il rischio politico di BT, che si classifica nella migliore categoria a 1/7 grazie alla ampia liquidità, né per il rischio legato al business che si attesta ad un moderato D/G. Per quanto riguarda il rischio politico a MLT (2/7), nonostante il suo considerevole peso finanziario, economico e commerciale a livello globale, la seconda maggior economia al mondo si trova a confrontarsi con molti venti contrari esterni e sfide interne. L’assertività regionale della Cina, con elevati rischi di conflitto a Taiwan e nel Mar Meridionale Cinese, il suo antagonismo con gli USA per contendersi la leadership mondiale, e il soverchiante settore manifatturiero cinese hanno alimentato forti tensioni geopolitiche e commerciali, in primis con gli USA ma anche con l’Unione Europea. A livello interno, le prospettive della Cina continueranno a subire gli effetti avversi di salienti problematiche sistemiche dominate da forza lavoro in calo, forte indebitamento e cambiamento climatico.

Analista: Raphaël Cecchi – r.cecchi@credendo.com

23/10/2025

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